Secondo quanto depositato dal Tribunale di Lodi sono diverse le cause che avrebbero scatenato il disastro ferroviario del 6 febbraio 2020 – giorno in cui avvenne il deragliamento del Frecciarossa Milano‑Salerno intorno alle ore 5:30 nei pressi di Livraga.
Numerosi errori alla base del disastro
Alla base delle motivazioni della sentenza di primo grado che ha stabilito che il disastro ferroviario sia stato il risultato di una serie di sbagli indipendenti ma tutti determinanti, vi sono tre errori umani commessi prima dell’incidente.
Sbagli che hanno scatenato il disastro ferroviario in cui persero la vita i due macchinisti Mario Dicuonzo (59 anni) e Giuseppe Cicciù (52 anni) e rimasero ferite 26 persone, riportando lesioni gravi per alcune di queste. Gli errori commessi non sarebbero stati sufficienti, singolarmente, a provocare il deragliamento; è stata la loro combinazione a innescare la tragedia.

Il primo errore
Secondo il collegio presieduto dal giudice Angelo Gin Tibaldi, il primo errore sarebbe nato nello stabilimento di Alstom a Firenze, proprio dove un operaio – Mario Caccioppoli – avrebbe erroneamente invertito due fili nell’attuatore per scambi, componente elettromeccanico installato lungo la linea, il quale comanda il movimento dello scambio comunicando al sistema il posizionamento reale.
Sbaglio sufficiente per far sì che lo scambio indicasse una posizione mentre in realtà era nell’altra. Lo stesso attuatore che sarebbe poi stato installato sulla linea ferroviaria, per il quale l’operaio è stato poi condannato a 2 anni e 8 mesi.
Secondo errore
Il secondo errore lo avrebbe invece compiuto il collaudatore Alstom, Giovanni Iantorno – poi condannato a 2 anni e 10 mesi – che, anch’esso a Firenze, non si sarebbe accorto dell’inversione dei fili, nonostante la numerazione, e che avrebbe dovuto effettuare un controllo visivo obbligatorio. Questo errore ha permesso al componente difettoso di superare quindi i controlli.
Terzo errore
Il terzo errore, invece, avvenne poche ore prima dell’incidente ferroviario. Secondo i giudici non venne effettuato il test finale, non fu verificata la corrispondenza tra posizione reale e indicazione al sistema e la squadra di manutenzione non rilevò l’anomalia – la quale sarebbe stata evidente con un controllo completo.
Secondo la valutazione del tribunale, le norme presentavano gravi mancanze: risultavano precise in alcuni ambiti, mentre in altri non fornivano indicazioni sufficienti. Una carenza che, di fatto, ha lasciato spazio all’errore umano senza adeguati sistemi di protezione.
Per non aver provveduto all’aggiornamento e all’inasprimento delle procedure di verifica, il direttore nazionale della produzione di Rete Ferroviaria Italiana – Valerio Giovine – ha ricevuto una condanna a 3 anni e 2 mesi.

Carenza di prove e concordanza finale
Il tribunale ha invece deciso di assolvere i due ingegneri di Alstom, ritenendo che non vi fossero elementi sufficienti per confermare le accuse. La Procura li aveva indicati come corresponsabili delle gravi carenze riscontrate nelle verifiche di fabbrica sulla funzionalità elettrica degli attuatori degli scambi, ma secondo i giudici eventuali responsabilità andrebbero ricercate in altre figure dell’azienda, non coinvolte nel procedimento penale.
I due manutentori di Rfi che quella notte posizionarono l’attuatore sui binari hanno ricevuto una condanna con rito abbreviato. La pena, successivamente ridotta in appello, è di un anno e otto mesi, con sospensione e non menzione, ed è ormai definitiva.
Viene inoltre sottolineato che la prova di concordanza finale non venne effettuata, una mancanza che i giudici attribuiscono a un quadro normativo insufficiente e privo delle necessarie indicazioni operative per quella fase specifica.