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Pomodoro da industria 2026: cresce l’incertezza per i produttori di Milano, Lodi e Monza

L'aumento delle superfici coltivate e il possibile calo dei prezzi mettono a rischio la redditività delle aziende agricole locali

Pomodoro da industria 2026: cresce l’incertezza per i produttori di Milano, Lodi e Monza

La campagna del pomodoro da industria 2026 si apre con elementi di forte incertezza nei territori di Milano, Lodi e Monza Brianza. La preoccupazione principale riguarda l’espansione delle superfici coltivate, stimata tra il 10% e il 12%, e le possibili ricadute sul valore economico riconosciuto ai coltivatori.

Lo scenario produttivo

Nel 2025, nonostante l’estensione dei terreni, la produzione complessiva era rimasta contenuta a causa di condizioni climatiche difficili che avevano limitato le rese, mantenendo il mercato in equilibrio con prezzi soddisfacenti.

Il quadro previsto per l’anno in corso appare differente. La crescita degli ettari dedicati è determinata dai buoni risultati della scorsa stagione e dal contestuale crollo delle quotazioni di colture alternative quali mais, soia, cereali e riso. Con il possibile ritorno delle rese a valori normali, il rischio è quello di una sovrapproduzione. Secondo quanto riferito da Pietro Invernizzi, imprenditore agricolo attivo a Fombio, le indicazioni informali ipotizzano un assestamento del prezzo attorno ai 12 euro al quintale, a fronte dei 14,20 euro medi del 2025.

“Lo scorso anno siamo riusciti a consegnare l’intera produzione perché i volumi complessivi sono rimasti contenuti – spiega Invernizzi, che coltiva circa 35 ettari di pomodoro – I terreni risentivano delle difficili condizioni climatiche dell’annata precedente e le rese sono state inferiori al potenziale. Quest’anno il quadro potrebbe cambiare. Con una resa, ad esempio, attorno di 700 quintali per ettaro, una riduzione di due euro al quintale si traduce in una perdita oltre i 1.500 euro per ettaro, a cui si aggiungono i costi di produzione, rimasti sostanzialmente invariati.”

Un fattore critico individuato nella gestione della filiera riguarda la programmazione delle superfici. Secondo l’operatore di Fombio: “Molte Op hanno aumentato troppo le superfici, senza una reale programmazione“.

A questo si aggiunge il confronto sulla tabella qualità. Dopo le modifiche della scorsa campagna, che avevano favorito la parte agricola, l’industria di trasformazione spinge ora per un ritorno alle condizioni precedenti, sfruttando il contesto di maggiore offerta e un potere contrattuale sbilanciato.

L’analisi di Confagricoltura

Sulla questione interviene Francesco Pacchiarini, presidente di Confagricoltura Milano Lodi Monza Brianza, richiamando alla responsabilità i soggetti coinvolti. Il presidente dell’associazione dichiara:

“Il pomodoro da industria non è una coltura che si possa inseguire sull’onda del prezzo di un solo anno. È una filiera complessa che richiede programmazione, responsabilità e trasparenza da parte di tutti i soggetti coinvolti, a partire dal rapporto tra produzione agricola e industria di trasformazione”.

Confagricoltura sottolinea il rischio di uno squilibrio strutturale in assenza di coordinamento. Il presidente conclude:

“Se l’offerta cresce senza una gestione condivisa delle superfici e dei volumi, il prezzo diventa l’unico strumento di aggiustamento e a pagarne il conto sono le aziende agricole. Il 2026 può ancora essere una campagna sostenibile, ma solo se si evitano scelte di corto respiro e si torna a governare il settore nel suo insieme, con un confronto serio anche con l’industria”.