ECONOMIA

Stipendi, a Lodi l’allarme UIL: “Troppi redditi bassi e lavoro precario”

Il sindacato richiama l'attenzione sulle difficoltà di giovani e donne e chiede più occupazione stabile e una migliore redistribuzione delle risorse

Stipendi, a Lodi l’allarme UIL: “Troppi redditi bassi e lavoro precario”

La UIL Lodi richiama l’attenzione sui bassi salari e sulla precarietà, con giovani e donne tra le categorie più esposte alle difficoltà del mercato del lavoro. Il sindacato chiede più occupazione stabile, contrattazione territoriale e una redistribuzione delle risorse per sostenere i lavoratori del Lodigiano.

Lavoro e stipendi

Il quadro economico svela luci e ombre per la provincia di Lodi e per l’intera regione. Se da un lato i dati generali parlano di una ripresa e di un incremento delle retribuzioni medie, la realtà quotidiana di moltissimi lavoratori lodigiani racconta una storia ben diversa: stipendi schiacciati dall’inflazione, un divario di genere sempre più marcato e una precarietà diffusa che colpisce soprattutto chi si affaccia per la prima volta sul mercato dell’impiego.

I dati emergono con chiarezza dal nuovo rapporto presentato da UIL Lombardia, intitolato “Lombardia e Province – Il valore del lavoro. Retribuzioni, continuità e qualità del lavoro nel 2024”, elaborato sulla base delle rilevazioni ufficiali dell’Osservatorio INPS.

La spaccatura dei redditi

Guardando i numeri complessivi della regione, nel 2024 la platea dei lavoratori dipendenti del settore privato non agricolo è salita a 3.776.242 unità (+1,55% rispetto all’anno precedente). La retribuzione media annua ha toccato i 30.384,07 euro (con un aumento nominale del 3,65%).

Tuttavia, questo dato medio nasconde una forte spaccatura sociale: ben 1.380.567 lavoratori (il 36,56% del totale) percepiscono meno di 20.000 euro all’anno. Inoltre, quasi la metà dei dipendenti lombardi (il 49,66%) non riesce a raggiungere la soglia dei 25.000 euro annui.

Come evidenzia Antonio Albrizio, Segretario Generale UIL Lombardia:

“Il rapporto conferma che la crescita deve tradursi maggiormente in qualità del lavoro e in una distribuzione più equilibrata della ricchezza prodotta. Per UIL Lombardia salari, stabilità e buona occupazione devono restare al centro delle politiche regionali”.

A fargli eco è Salvatore Monteduro, Segretario Confederale UIL Lombardia:

“Oltre 1,38 milioni di lavoratori restano sotto i 20 mila euro annui e tra i giovani fino a 34 anni la quota supera il 50%. A questo si aggiungono un forte divario retributivo tra donne e uomini e differenze molto marcate tra province e settori. Il problema non è soltanto quanti lavoratori compaiono nelle statistiche, ma quanto reddito, continuità e autonomia riesce realmente a produrre il lavoro”.

L’impatto sul territorio lodigiano

Il tessuto economico di Lodi mostra dinamismo, ma deve fare i conti con un costo della vita locale elevato che mette in sofferenza le famiglie e le nuove generazioni. La criticità risiede nella disparità di trattamento e nella discontinuità dei contratti.

Su questo punto è perentorio l’intervento di Luca Pannullo, Coordinatore UIL della provincia di Lodi:

“Anche nel territorio lodigiano registriamo la necessità urgente di restituire centralità al valore e alla dignità del lavoro, superando divari retributivi e precarietà occupazionale. A fronte di un tessuto produttivo dinamico, troppi lavoratori, in particolare giovani e donne, affrontano ancora discontinuità contrattuale e redditi insufficienti per sostenere l’alto costo della vita locale. È fondamentale valorizzare la contrattazione territoriale e le specifiche vocazioni economiche del Lodigiano per creare occupazione stabile e di qualità. Non possiamo permettere che la crescita economica proceda senza un’equa redistribuzione delle risorse a tutela dei lavoratori della nostra provincia. Come UIL Lodi, chiediamo un impegno sinergico con le istituzioni locali per promuovere politiche attive ed estendere le tutele sul territorio”.

Giovani e donne penalizzati

Il report evidenzia come a pagare il prezzo più alto siano le categorie tradizionalmente più vulnerabili. Tra i 1,25 milioni di giovani dipendenti under 35 della regione (pari al 33,22% della forza lavoro), il 50,31% non supera i 20.000 euro annui e il 65,18% rimane sotto la soglia dei 25.000 euro, rendendo un miraggio la conquista dell’autonomia abitativa.

Particolarmente grave resta anche il cosiddetto Gender Pay Gap: in Lombardia la retribuzione media maschile si attesta a 34.714,35 euro contro i soli 24.707,09 euro delle donne, segnando un divario del 28,83% (oltre 10.000 euro di differenza). Un ritardo causato prevalentemente da part-time involontario, carriera discontinua e scarsa presenza femminile nelle posizioni di vertice.

Diseguaglianze tra province

A livello geografico, la regione si presenta come un mosaico disomogeneo. Milano domina la classifica con una media di 35.670,14 euro annui, unica provincia a superare la media regionale, mentre Sondrio chiude la fila con 22.653,50 euro. Pavia registra la maglia nera per la precarietà (23,73% di contratti a termine), mentre Lecco vanta la maggiore stabilità lavorativa.

Il divario diventa abissale tra i diversi comparti economici: si passa dai 67.750,86 euro medi percepiti nel settore Finanza e Assicurazioni ai soli 13.215,45 euro del comparto Alloggio e Ristorazione, dove ben il 76,20% degli addetti guadagna meno di 20.000 euro all’anno.

Le cinque proposte per il rilancio del lavoro

Per invertire la rotta e garantire contratti dignitosi anche a Lodi e provincia, il sindacato traccia una piattaforma di intervento basata su cinque punti chiave:

  • Rinnovo tempestivo dei CCNL firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative.
  • Rafforzamento della contrattazione aziendale e territoriale di secondo livello per condividere i frutti della produttività e migliorare la conciliazione vita-lavoro.
  • Contrasto netto alla precarietà e al part-time forzato con politiche orientate alle stabilizzazioni.
  • Vincolo per fondi pubblici e appalti, subordinati all’applicazione dei contratti nazionali leader.
  • Centralità delle politiche provinciali, per adattare le tutele e la formazione alle reali esigenze dei singoli territori.